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IL GINECOLOGO: 10 VOLTE PIU' RISCHIOSA DEL BISTURI |
“Un modo abietto di abortire”. E'
lapidario Luciano Bovicelli, specialista in ginecologia
a Bologna, nel definire la pillola abortiva. La Ru486,
oltre a non assicurare una espulsione completa del feto,
può generare gravi infezioni, talvolta, anche mortali.
Non sono opinioni personali, e ci tiene a ribadirlo, ma
il professore cita i dati resi noti dalla stampa
internazionale.
Professore cosa pensa della pillola abortiva RU486?
Io penso tutto il male possibile. Anche il dott. Hern,
al New York Times, disse che è un modo abietto per
abortire. L’equivoco però nasce dalle posizioni assunte
sia da coloro che sono contrari, alla pillola, sia da
chi è favorevole: i primi temono che la RU possa
incrementare il numero degli aborti, ma non è così. I
secondi, d’altro canto, vedono nell’interruzione
volontaria della gravidanza per via farmacologica, un
aborto indolore perché, si pensa che il problema sia
solo quello di prendere una pillola. In realtà, l’iter
procedurale è molto più complesso.
Cosa deve fare la donna dopo aver assunto il farmaco?
Prima di tutto bisogna valutare il periodo di gestazione
della paziente e se c’è un feto vivo. Successivamente,
viene somministrata una prima pillola che toglie
nutrimento al feto e, in seguito, un’altra pillola che
serve per l’espulsione. La sofferenza vera, sia fisica
che psicologica, sta proprio nella espulsione del feto
che molto spesso risulta incompleta, in quanto, la RU
non dà sicurezze in questo senso. Il tutto va avanti per
tre giorni ma bisogna che, anche nelle settimane
successive, vengano fatti dei controlli ripetuti presso
le strutture ospedaliere.
E per quanto riguarda i rischi?
L’aborto farmacologico è molto pericoloso, perché può
provocare infezioni gravi che possono causare anche la
morte delle pazienti. Sulle pagine del “New England
Journal of Medicine”, del primo dicembre 2005, si legge,
infatti, che la mortalità delle donne che abortiscono
con il metodo farmacologico è dieci volte superiore a
quello chirurgico. E’ stato ampiamente dimostrato che
non si tratta di una pillola facile, come l’avevano
definita. Anche in Cina, dove la RU era stata
liberalizzata e, quindi, era disponibile anche nei
supermercati, ci si è accorti di quanto può essere
pericolosa. Così, negli ultimi due anni, la pillola
abortiva viene distribuita solo negli ospedali.
Le donne possono morire con la pillola, ma loro non lo
sanno, perché?
Le pazienti, molto spesso, non vengono informate sulle
conseguenze e sulla metodica di assunzione del farmaco.
La decisione di interrompere volontariamente la
gravidanza con la pillola può essere presa solo in
maniera libera, responsabile e consapevole e questo vuol
dire principalmente essere informati. L’informazione
però è quasi inesistente.
I consultori, il Ministero della Salute e i mezzi di
informazione sono i responsabili?
Sì. Purtroppo però, la mancanza di notizie a riguardo,
rappresenta una lacuna molto pericolosa. Anzi, sono
contento che stiate affrontando questo argomento e che
alcune notizie siano disponibili su internet così, le
donne possono colmare quella disinformazione che le
penalizza.
Come è la situazione in Emilia Romagna?
L’esperienza nella Regione è praticamente inesistente
perché solo pochi ospedali hanno aderito alla
sperimentazione. Ad esempio, a Bologna soltanto il
Maggiore reperisce la RU.
Perché si parla ancora di sperimentazione dopo due anni?
Perché il farmaco non è stato registrato anche se,
effettivamente, non è corretto usare questo termine. Si
parlava di sperimentazione anche all’ospedale S. Anna di
Torino, la prima struttura italiana in cui è stato
somministrata la pillola abortiva, in realtà, essa era
stata già era stata ampiamente praticata all’estero.
Per quale motivo l’Aifa non l’ha ancora registrata?
La pillola viene importata solo sulla base di esigenze
particolari perciò, il numero non è ancora tale da
giustificare una azione in questo senso. Inoltre, la
sostanza contenuta nella RU è registrata, non come
abortivo ma come soluzione per curare le ulcere.
Inoltre, la registrazione non cambierebbe nulla perché
la decisione di reperire o meno è una decisione
indipendente che viene presa dalle singole strutture e
l’ospedale non ha l’obbligo disporre del farmaco
Fonte: La Stefani
Data pubblicazione :
11/02/2008
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